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NAMIBIA – Visita ad un villaggio Himba

Ore 8,00 di Lunedi 21 Agosto, l’inizio di una nuova settimana. Di solito a quest’ora sono in macchina diretta verso l’ufficio. Oggi sono in macchina diretta verso Opuwo! Siamo operativi già da un paio d’ore, dobbiamo macinare ben 430 km prima di arrivare a destinazione e nonostante ci abbiano detto che la maggior parte della strada è in buone condizioni, ormai non ci crediamo più. Opuwo è l’ingresso verso la regione del Kaokoland, la parte più a nord della Namibia. Un’area remota dove la popolazione Himba, proprio grazie all’isolamento vive ancora in modo tradizionale.

Nella lingua locale “Opuwo” significa “la fine” e per chi come noi si muove verso Nord questo polveroso centro abitato di circa 5.000 abitanti è davvero l’ultimo paese di una certa importanza prima di addentrarsi in una delle regioni più selvagge dell’Africa.

Pensate che ampie zone del Kaokoland, conosciuto anche come Kunene Region, per via del fiume perenne che segna il confine tra Angola e Namibia, sono rimaste inesplorate fino a pochi decenni fa. In genere i turisti si spingono fino qua per vedere le Epupa Falls, imponenti rapide generate dal fiume Kunene e per fare visita ad un autentico villaggio Himba. In Namibia la sensazione di trovarsi alla fine del mondo è una quasi una costante, ma qui questa percezione è ancora più marcata.

Essendo una zona cosi remota le possibilità di alloggio non sono molte. Nel centro di Opuwo ci sono alcune guest house ma sappiate che è una città molto caotica e poco ospitale, personalmente vi consiglio l’ Opuwo Country Lodge, ufficialmente inaugurato dal presidente della repubblica, Hifikipunyu Pohamba il 25 agosto del 2005. L’Hotel si trova su di una collina, in un ambiente molto più rilassante e da cui si gode di una piacevole vista sulla vallata sottostante. A seconda del vostro budget potete scegliere se pernottare nell’ area camping o nelle camere dell’Hotel.

Da Twyfeltontein impieghiamo 6 ore per raggiungere Opuwo e nonostante le condizioni della strada ci avrebbero permesso per una volta di viaggiare ad una velocità più sostenuta, la presenza di mucche e caprette che pascolano ai bordi della carreggiata ci obbligano alla massima prudenza.

Ancora una volta il ritorno alla civiltà non è dei più felici, in me prevale un forte senso di spaesamento e fastidio e un centro come Opuwo non mi fa esattamente sentire la benvenuta.

Ci fermiamo a fare benzina e fatichiamo a scendere dalla macchina che viene presa d’assalto da un gruppo di ragazzi che vogliono venderci portachiavi, braccialetti e altri souvenirs. Il mio sguardo si perde ad osservare un andirivieni continuo di fuoristrada e pick up a cui si mescolano le diverse etnie della zona. Ci sono le donne Himba, praticamente semi nude con indosso solo il tradizionale gonnellino di pelle. E le Herero, al contrario bardate dalla testa ai piedi nel loro lunghi e appariscenti vestiti a balze e vistosi copricapo. Ma trovate anche i namibiani vestiti all’ occidentale, giovani con gli immancabili cellulari in mano e vistose cuffie calate sulle orecchie che camminano spediti ed incuranti del traffico sulle note di chissà quale canzone. Mi sembra di essere sospesi tra epoche diverse, che si incontrano ma non si scontrano. Avrò modo di osservare un popolo che difende con fierezza le proprie tradizioni in barba ad un mondo che invece va sempre più veloce.

Opuwo è una città che subito destabilizza e forse non particolarmente interessante ma credo comunque che valesse la pena una tappa per avere una panoramica completa di questa terra straordinaria.

Più tardi ci spiegheranno che Himba ed Herero appartengono alla stessa etnia. Gli Himba sono pastori nomadi, che nella seconda metà del XIX secolo si sono staccati dalla tribù degli Herero e sono scappati in Angola per sfuggire alle persecuzioni  della tribù dei Nama. Tornarono in patria solo nel 1920 e da allora le loro tradizioni sono rimaste immutate.  Gli Herero al contrario, hanno assorbito ed integrato alcuni elementi dei colonizzatori tedeschi.

Arrivati in Hotel chiedo in reception se fosse possibile organizzare una visita ad un villaggio Himba per il primo pomeriggio. L’ Hotel è solito organizzare questo genere di escursione ma oggi sono al completo. Riescono però a mettermi in contatto con una guida di Opuwo, l’idea di una visita privata mi alletta molto di più rispetto a quella collettiva con un gruppo numeroso di persone e magari poco educate. Mi metto in contatto telefonico con Feleis la nostra guida, parliamo del suo compenso, davvero modesto e ci diamo appuntamento alle 15,00 alla stazione di benzina del famoso incrocio a T che si incontra non appena arrivati in città. Non avevo capito che saremmo andati con la nostra macchina e appena ci vede arrivare la sua esclamazione sulla tipologia del nostro mezzo mi fa pensare che non saremmo mai arrivati al villaggio Himba ma vedendo la delusione dipingersi sul mio volto mi rassicura con fare affabile: “no problem, slowly slowly

Prima di partire ci rechiamo al supermercato per comprare alcuni doni da regalare al villaggio. È infatti consuetudine non offrire denaro ma generi alimentari di prima necessità per ringraziarli della ospitalità. Dopo tutto anche noi quando andiamo a casa dei nostri amici non ci presentiamo mai a mani vuote! È Feleis che sceglie accuratamente cosa mettere nel carrello: olio, pane, farina di mais. Sarà il nostro lascia passare per potere accedere al villaggio.

Mi fa davvero piacere poter portare beni di cui il villaggio possa aver bisogno e lo trovo un gesto molto bello. Inoltre, fare la spesa e scorgere tra gli scaffali Himba semi nude ed Herero avvolte nei loro costumi voluminosi e colorati fa un certo effetto! Mi sembra di essere approdata in un mondo a parte.

Nei villaggi troverete ad accogliervi anche tanti bambini, se avete modo portate loro caramelle, biro e quaderni, saranno felicissimi!

Ad una trentina di km dal centro di Opuwo ci infiliamo in una stradina sterrata che sparisce nel bush, veniamo inghiottiti dai bassi cespugli mentre Feleis ci indica il percorso: right, slowly, keep left, slowly, slowly… istruzioni inframmezzate da urla quando intravede una buca. Dopo una serie interminabile di left and right raggiungiamo il villaggio.

I villaggi tradizionali Himba, sono costituiti da una recinzione protettiva esterna di rami intrecciati ed un recinto interno più stretto dove di notte vengono custoditi gli animali, per lo più capre. Il bestiame è l’unica ricchezza del villaggio, rappresenta la loro eredità ed è utilizzata come merce di scambio o dote nei matrimoni. Più raramente viene mangiato. Tra i due recinti sono distribuite un numero variabile di capanne a forma conica disposte sempre a cerchio e realizzate principalmente di fango, letame e sterpaglie.

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La guida sarà il nostro interprete, gli Himba infatti non parlano inglese ma un loro dialetto che sarebbe impossibile da decifrare.

In questo momento sono presenti solo donne e bambini, gli uomini durante il giorno sono in giro alle prese con il bestiame. Le donne sono praticamente nude, fatta eccezione per un gonnellino di pelle di vitello, sandali ricavati da vecchi pneumatici e numerosi gioielli di ferro, rame e ossa che abbelliscono il loro corpo statuario. Sono monili stupendi ma devono pesare un sacco, mi chiedo come riescano ad occuparsi delle diverse faccende domestiche senza rimanere impigliate da qualche parte.

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La pelle è ricoperta di una mistura a base di erbe, burro e ocra che protegge la pelle dal sole, dalle punture di insetto e conferisce al loro copro la classica colorazione lucida e rossastra, simile alla terra. Un unguento che ricopre anche i capelli raccolti in tante treccine la cui estremità si apre in una sorta di pom pom, rivelando capelli crespi e nerissimi.

Sono fiere del proprio corpo che esibiscono senza imbarazzo e sono estremamente fotogeniche ma il loro sguardo è palesemente malinconico e velatamente scocciato. Cerco di sorridere per rendere la mia presenza meno fastidiosa ai loro occhi ma non sono certa di riuscire nel mio intento.

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Siamo liberi di camminare per il villaggio e la guida mi esorta a fotografare tutto quello che voglio ma io mi sento terribilmente a disagio, come un ospite sgradito che si spera levi presto il disturbo.

Alcune mi chiedono, sempre tramite la guida, qualche informazione personale. Quanti anni ho, che lavoro faccio, quanto guadagno! Si stupiscono quando le informo di non essere sposata e di non avere figli. Mi guardano attonite, per loro non è facile comprendere il nostro mondo.

Non nego che la visita ad un villaggio Himba era nel mio immaginario una delle tappe più attese del viaggio. Le foto che circolano sul web di questa donne bellissime e sorridenti mi avevano fatto sognare prima ancora di arrivare. Per una appassionata di foto come me, la possibilità di osservare con i miei occhi e documentare una tribù che vive ancora in maniera primitiva mi affascinava ma ovviamente la realtà è molto più complessa di come la immaginiamo.

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Di certo in questo villaggio il tempo sembra essersi fermato, se non fosse per un vecchio cellulare che, sfruttando una crepa naturale della capanna, è stato appeso ad un ramoscello.

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Gli Himba conoscono ovviamente il nostro modo di vivere ma per scelta non hanno voluto omologarsi allo stile di vita della società moderna e preferiscono continuare a seguire le tradizioni del proprio popolo. La situazione che ho di fronte a me è quindi autentica, non ci sono dubbi, non sono realtà costruite ad uso del turista come spesso si trovano altrove ma c’è comunque qualcosa che non mi convince, mi sento stupida per aver preteso di capire durante la visita di un’ora un bagaglio culturale che si tramanda da secoli e che è rimasto immutato.

La più anziana del villaggio mi invita ad entrare nella sua casa, vuole mostrarmi come si prepara l’unguento di ocra rossa e burro che le donne si spalmano sul corpo. Lo lascia bruciare a lungo fintanto che tutta l’interno della capanna è avvolta da un fumo denso dal profumo aspro. Il fumo, a contatto con la pelle e le parti intime profuma e disinfetta per effetto del calore. Vivendo in una zona con poca acqua, vengono usati metodi alternativi per la cura e l’igiene del corpo, una sorta di doccia a secco. Mi guarda, i suoi occhi arrossati dal fumo mi suscitano un rispetto reverenziale, chi sono io per giudicare, dopo tutto sono seduta sul suo giaciglio mentre mi illustra un rituale per lei molto intimo. Mi invita a fare lo stesso ma preferisco ringraziarla e uscire, ho bisogno d’aria.

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Nel frattempo le donne del villaggio si sono radunate in cerchio ed hanno allestito un mercatino di collanine, bracciali e altri oggetti creati da loro. Fanno a gara a richiamare la mia attenzione con gesti e grida. Comprare qualcosa mi sembra doveroso anche se avrei di gran lunga preferito portare altri generi alimentari.  Ma anche questo fa parte del rituale del visitatore.

Saluto, carica di bracciali e di interrogativi a cui non potrò mai dare una risposta.

ARTICOLI SULLA NAMIBIA

  1. Guida pratica al viaggio
  2. Deserto del Kalahari
  3. Sossusvlei, Deadvlei & il Sesriem Canyon
  4. Solitaire, il luogo NON luogo
  5. Sandwich Harbour, dove le dune scendono in mare
  6. Il Promontorio di Cape Cross & la Skeleton Coast
  7. Le incisioni rupestri di Twyfelfontein

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