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Salita al Gran Paradiso, i miei primi 4.000!

Quest’anno ho tagliato un traguardo importante: 40 anni! un momento significativo che andava celebrato e quando mi chiedevano come avrei festeggiato non avevo dubbi. Il dubbio piuttosto lo scorgevo nello sguardo attonito dei miei interlocutori.

Volevo festeggiare in cima al Gran Paradiso, 40 anni a 4.000 metri e nella mia amata Valle d’Aosta. Un obiettivo sfidante ma che sapevo potevo raggiungere.

Il Gran Paradiso non ha bisogno di presentazioni. È l’unica vetta interamente in territorio italiano che supera i 4.000 metri. La sua altezza rispetto alle cime circostanti lo rendono ben riconoscibile anche da lontano. Si erge tra Piemonte e Valle d’Aosta al centro dell’omonimo Parco Nazionale, un ambiente alpino ricco di fauna e incoronato da bellissime montagne.

Premetto in tutta onestà, che non ero mai salita ad altitudini così elevate, tantomeno avevo mai messo piede su un ghiacciaio o calzato dei ramponi. In compenso mi ritenevo allenata, in buona forma fisica e con un amore smisurato per la montagna. Inoltre, l’ascesa al Gran Paradiso, pur non essendo una passeggiata, non presenta particolari difficoltà tecniche ed è adatta anche ai meno esperti.

In me era ancora vivido il ricordo degli escursionisti che l’anno scorso avevo incontrato al Rifugio Vittorio Emanuele II e che erano appena rientrati dalla cresta. Malgrado la stanchezza la loro faccia era permeata da una sorta di quiete, una profonda tranquillità e nei loro occhi brillava una luce speciale. È stata come una chiamata e mi ero ripromessa che prima o poi avrei tentato anch’io questa impresa. Le promesse che facciamo a noi stessi vanno mantenute e il mio compleanno mi sembrava l’occasione perfetta per tener fede alla parola data.

Per salire sul Gran Paradiso dovrete avere a disposizione due giorni e potrete scegliere se pernottare presso i Rifugi Chabod o Vittorio Emanuele II. Il periodo ideale per affrontare questa avventura va da metà giugno a fine settembre, ovvero quando le condizioni del terreno e del meteo sono più favorevoli. La grande differenza la fa l’innevamento. A giugno la salita risulterà più faticosa ma se vogliamo meno tecnica. A settembre la neve si è ormai sciolta e si cammina sul ghiaccio vivo e crepacciato e questo, ovviamente, rende il percorso più difficoltoso.

La guida alpina che mi accompagnerà in questa ascesa mi suggerisce come base di partenza il Rifugio Chabod. L’itinerario per raggiungere la cima del Gran Paradiso è più impegnativo ma più bello rispetto a quello che sale dal Rifugio Vittorio Emanuele, soprattutto in questo periodo dell’anno. Mi fido e confermo la partenza.

Inizialmente pensavo di andare da sola ma anche il mio compagno, contagiato dal mio entusiasmo, si unisce a questa impresa.

Come dicevo l’ascesa al Gran Paradiso è un’escursione che va suddivisa in 2 giorni. Il primo giorno saliamo al Rifugio Chabod (2.750 mt), inaugurato nel 1985 e da subito diventato il punto di ritrovo prediletto da escursionisti e alpinisti. Qui pernottiamo e facciamo ufficialmente conoscenza con la nostra guida, Roger.

Il giorno successivo all’alba partiamo per raggiungere la cima del Gran Paradiso (4061mt). L’ascesa in media richiede circa 5,00 ore a cui ne vanno aggiunge altre 4,00 per il ritorno, per un dislivello totale di 1310 mt. Tenete conto che il secondo giorno dal Rifugio Chabod (o dal Vittorio a seconda di dove pernottate) dovrete tornare a valle, a meno che non decidiate di pernottare una seconda notte in Rifugio ma non ne vale la pena, in genere verso le 14,00 tutte le codate sono rientrate.

Ripeto, non è una passeggiata e non è uno sforzo alla portata di tutti ma io sentivo che potevo osare.

Non c’è nessun premio lassù, se non la consapevolezza che più in alto non si può salite. Per me un motivo più che valido per tentare l’impresa. Volevo provare l’ebrezza di sentirmi sul tetto del mondo, o meglio del mio mondo. So bene che ci sono cime alte il doppio ma per questa giornata per me ne sarebbe esistita solo una.

Itinerario del 1 giorno

Attraversiamo la Valsavarenche e lasciamo l’auto nel pianoro dell’Alpe Pravieux (1834 Mt), dove si trova un piccolo parcheggio. Mentre mi avvio all’imbocco del sentiero, ben segnalato da un evidente cartello in legno, vedo sbucare sul ciglio della strada una marmotta di dimensioni ragguardevoli che, in guardia sulla soglia della tana, sembra quasi volermi augurare buona fortuna! Lo prendo come un segnale di buon auspicio.

Gran Paradiso

La comoda mulattiera, sempre ben segnalata, costeggia gli stabili dell’Alpe Pravieux per poi immettersi in un bosco di larici e abeti. Inizia una lunga serie di tornanti che non concedono sconti.

Gran ParadisoGran Paradiso Attraversiamo l’alpeggio di Lavassey (2194 mt) dove una fonte ci regala un po’ di refrigerio. È l’unico punto lungo tutto il percorso dove è possibile rifornirsi di acqua potabile. Proseguiamo seguendo le chiare indicazioni per lo Chabod.

Gran ParadisoGran ParadisoGran Paradiso Man a mano che saliamo il paesaggio si apre regalandoci bellissimi scorci. Le severe montagne della Valsavarenche ci fanno da cornice.

Gran ParadisoGran Paradiso

Usciti dal bosco continuiamo ad inerpicarci prima su pianori erbosi poi su roccia. Ma sempre in salita. Raggiungiamo un torrente che raccoglie le acque del ghiacciaio che si erge sopra le nostre teste. Un ponticello sulla destra indica il sentiero che conduce al Rifugio Vittorio Emanuele, noi teniamo la sinistra. Ancora 10 minuti e saremo giunti a destinazione.

Gran Paradiso Gran ParadisoGran ParadisoSono quasi le 18,30. Abbiamo impiegato quasi 3 ore, esattamente come indicato nella segnaletica ad inizio sentiero. Si poteva tagliare il sentiero principale con evidenti scorciatoie ma così facendo ne avrei aumentato la pendenza e non volevo sollecitare troppo le ginocchia. Il dislivello di questo primo tratto è di 880 mt ed preferisco conservare le energie per domani.

Gran Paradiso

Essendo i primi di settembre di un giorno infrasettimanale pensavo di trovare pochissima gente invece il rifugio è quasi al completo. C’è chi è solo di passaggio e chi come noi domani tenterà di raggiungere la vetta. Ci viene assegnata la nostra camerata dove portiamo gli zaini e alle 19,00 viene servita la cena.

Amo quell’atmosfera di aspettativa ed attesa che si respira nella sala al pensiero dell’indomani e che solo in montagna si può trovare. Facciamo finalmente conoscenza con Roger, la nostra guida che ci illustra il programma e ci consegna imbraghi e ramponi, che abbiamo noleggiato in rifugio. Il meteo in questi giorni è a nostro favore, anche domani si prospetta una giornata di pieno sole. La sveglia suonerà alle 4,30. Avremo il tempo di fare colazione ma dovremo essere pronti per partire alle 5,00.

In montagna la notte è fatta per dormire e nei rifugi, si sa, tutto è organizzato per andare a letto presto. In realtà per me dormire in rifugio non è mai un vero dormire e non la mattina raramente mi sveglio riposata. Come una brava scolaretta vado a letto presto ma praticamente non chiudo occhio, l’eccitazione è tale che vorrei fosse già domani.

Itinerario del 2 giorno

Ci siamo! Lo stiamo facendo per davvero. La mia mente è ancora annebbiata dalle poche ore di sonno ma sento le gambe forti che scalpitano, pronte ad obbedire al potente richiamo delle cime.

Indossiamo gli imbraghi, infiliamo i ramponi nello zaino e muniti di torcia frontale ci mettiamo in cammino.

Il silenzio è abissale, enfatizzato dal buio della notte che avvolge tutta la valle. Sopra le nostre teste un cielo senza nuvole è illuminato da una miriade di stelle.

Procediamo con metodo, un passo dietro l’altro, sul sentiero che si inerpica sulla morena al ritmo del ticchettio dei bastoni sulle pietre.

Gran ParadisoDopo soli 20 minuti di cammino mi tolgo la giacca. È importante essere vestiti in maniera proporzionale allo sforzo per non sudare. Nonostante sia ancora buio io sento molto caldo. L’aria però è fredda e secca la pelle e la bocca. Facciamo una sosta per bere e Roger ci raccomanda di farlo a piccoli sorsi. Abbiamo un litro d’acqua a testa e ci deve bastare per circa 8 ore. Dobbiamo gestire al meglio la sete.

A testa china, concentrata solo sul ritmo delle gambe, del respiro e del cuore, in un rapporto silenzioso ed intimo con la fatica.

Il cielo va schiarendosi lentamente, possiamo spegnere il frontalino

Percorriamo un lungo tratto di pietraia e quando il ghiaccio sotto ai detriti inizia a diventare insidioso indossiamo i ramponi. In questa fase mi sento un po’ goffa e lo stridore dei denti di acciai a contatto con la roccia è fastidioso ma non appena posiamo piede sul ghiaccio la sensazione cambia di colpo.

Stiamo attraversando il ghiacciaio di Laveciau. È il mio battesimo su ghiacciaio e mi sorprendo della improvvisa stabilità sulle gambe, le punte di acciaio mordono il ghiaccio e i ramponi fanno ora il loro lavoro, tengono alla perfezione.

P1160519

Mi guardo attorno. L’alba, il ghiacciaio, le cime imbiancate che ci sovrastano: una bellezza brutale, severa e per certi versi commovente. In lontananza scorgiamo i lumini delle ultime cordate che si stanno avvicinando.

P1160530P1160518Ci leghiamo in cordata e continuiamo a salire. Sono soddisfatta del mio modo di avanzare sul ghiaccio. Con i ramponi sento il passo sicuro anche se ci sono dei crepacci che mi fanno gelare il sangue. Roger dice che non sono tanto grossi ma a me sembrano delle voragini che ci costringono a fare continue deviazioni. Allunghiamo la strada ma ci manteniamo a distanza di sicurezza. La guida conosce il percorso a memoria ed ha fatto un sopraluogo qualche giorno fa, quindi è per consapevole del percorso per noi migliore.

Gran ParadisoGran ParadisoAll’improvviso sento un rimbombo cupo, come una fucilata. È il ghiacciaio che si rompe e si muove. Una sensazione impossibile trasmettere quella che si prova quassù.

Puntiamo l’imponente parete nord del Gran Paradiso, una muraglia di ghiaccio massiccia e sfidante.

Gran ParadisoP1160543 Lancio uno sguardo di sfuggita alla cima ma decido che è meglio non guardare troppo in alto. Le vertigini non sono provocate solo dal vuoto. Rimango concentrata, con lo sguardo che non spazia oltre il metro. Ben presto mi limiterò ai miei piedi e alla corda che faccio di tutto per non pestare e che dovrebbe reggerci se scivolassimo.

Ogni tanto facciamo un passo fuori dalla traccia per lasciar passare chi è più veloce, noi non dobbiamo fare a gara con nessuno.

Gran Paradiso

Raggiungiamo la Schiena d’Asino, l’imponente dorso innevato dove s’incrocia l’altra via normale che parte dal rifugio Vittorio Emanuele II. Motivo per cui inizia ad esserci un certo affollamento. Ci concediamo una pausa per ammirare lo spettacolo mozzafiato attorno a noi e goderci l’emozione del momento.

Gran ParadisoGran Paradiso

È una splendida giornata di sole ma qui tira un forte vento che mi obbliga ad indossare tutti gli strati che ho con me.

Gran Paradiso

Riprendiamo l’ascesa ma iniziano i primi problemi respiratori del mio compagno. Rallentiamo il passo ma non è questione di muscoli o affaticamento. È “fame d’aria”. L’altitudine gioca brutti scherzi anche alle persone più allenate e non è facile prevedere che effetto avrà sull’organismo quando si sale così tanto di quota per la prima volta. Prende un’aspirina che fluidifica il sangue e dovrebbe aiutare a superare il momento di difficoltà. Ci sono crisi passeggere, ci si prede il tempo che serve, si respira e si riprende. Ma questo malessere rende ogni metro una pena. La mancanza di ossigeno chiude lo stomaco e procura nausea. La fame d’aria si può contrastare solo in un modo: scendendo di quota.

Mancherebbero ancora 200 metri di dislivello che tradotto in tempi significa un’altra ora di scalata e l’ultimo tratto è indubbiamente quello più impegnativo. Lui non vuole mollare e ma è chiaro che non può proseguire.  La vera sfida ora consiste nell’essere abbastanza forte da riconoscere che non si può continuare, non posso mettere a rischio la sua salute per un eccesso di egoismo.

Ci fermiamo qua: 3.800 metri.

Non lo voglio considerare un fallimento. Certo, la prima ondata emotiva è stata di delusione. Avevo conferito a questa scalata una valenza simbolica, 40 anni a 4.000 metri e stavo per rinunciare. Ma ripensandoci a mente fredda è stata la dimostrazione di saper prendere decisioni responsabili anche quando tutto il corpo mi spingeva ad andare oltre.

Quando si desidera tanto una cosa e corpo e mente sono perfettamente allineati per il raggiungimento dell’obiettivo (a yoga diciamo che siamo nel flow) non è facile ricalcolare cosi all’ improvviso il percorso, in particolare quando l’impedimento non colpisce direttamente il nostro fluire. Per me sarebbe stato naturale proseguire, non voglio dire semplice perché la fatica c’era tutta, ma la difficoltà più grande che ho incontrato in questa ascesa è stata proprio quella di accettare la situazione. Ci vuole molto coraggio anche a saper rinunciare.

E questo è proprio l’insegnamento che mi porto a casa da questa incredibile esperienza, che al di là dell’esito, è stata una vittoria.

In quanto alla cima del Gran Paradiso, come ha detto Roger non scappa, è solo questione di organizzare la prossima spedizione!

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